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Funzionario della Provincia suicida: una denuncia aveva dato avvio ad indagini per richieste di denaro

Un funzionario della Polizia provinciale della Città Metropolitana di Palermo la notte tra il 12 e 13 maggio si è tolto la vita lanciandosi dal sesto piano di un palazzo a Bagheria (PA) quando i finanzieri sono andati a casa per notificargli un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di corruzione. Il funzionario era indagato insieme ad altre nove persone nell’ambito di un’inchiesta per un giro di mazzette. A essere coinvolti, otto imprenditori del settore delle autodemolizioni e dei rifiuti metallici. Nei loro confronti ci sarebbero provvedimenti di obbligo di dimora e di presentazione alla Polizia giudiziaria. Secondo la Procura, avrebbero ottenuto rinnovi di autorizzazioni ambientali o soffiate su quando si sarebbero svolti ispezioni e controlli. Le intercettazioni hanno svelato che gli imprenditori pagavano le tangenti, direttamente a casa del funzionario in banconote (preferibilmente) “da venti”

Un funzionario della Polizia provinciale della Città Metropolitana di Palermo la notte tra il 12 e 13 maggio si è tolto la vita lanciandosi dal sesto piano di un palazzo a Bagheria (PA) quando i finanzieri sono andati a casa per notificargli un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di corruzione. L’uomo durante le operazioni di notifica del provvedimento ha chiesto a un finanziere di potere andare in bagno. In un attimo ha aperto la finestra e si è lanciato nel vuoto. Un maresciallo che lo seguiva da vicino ha tentato in tutti i modi di fermarlo senza riuscirci. Il militare si è provocato una grave ferita alla mano ed è stato trasportato al pronto soccorso.

Il funzionario era indagato insieme ad altre nove persone nell’ambito di un’inchiesta per un giro di mazzette. A essere coinvolti, otto imprenditori del settore delle autodemolizioni e dei rifiuti metallici. Nei loro confronti ci sarebbero provvedimenti di obbligo di dimora e di presentazione alla Polizia giudiziaria. Secondo la Procura, avrebbero ottenuto rinnovi di autorizzazioni ambientali o soffiate su quando si sarebbero svolti ispezioni e controlli.

Le intercettazioni hanno svelato che gli imprenditori pagavano le tangenti, direttamente a casa del funzionario. In banconote (preferibilmente) “da venti”. Miraglia avrebbe preteso anche bottiglie di vino pregiato, lavori nella residenza estiva e sull’auto.

Era stata La denuncia di un imprenditore che si è (civilmente) ribellato alle richieste di denaro da parte del funzionario della Città metropolitana ad avviare le indagini della Guardia di Finanza.

Nell’ordinanza di custodia cautelare, il GIP Rosario Di Gioia ha citato l’esposto del titolare di una ditta di Bagheria specializzata nella lavorazione di rottami metallici inserendo anche alcune intercettazioni tra cui quella del funzionario della Provincia con la moglie anch’essa indagata.

Per il Gip, ci sono «gravi indizi di colpevolezza»: il Giudice ha accolto la richiesta di misura cautelare in carcere firmata dalla Procura poiché ci sono «specifiche e inderogabili esigenze attinenti alle indagini», questo è scritto nel provvedimento di arresto. Per Pm e Gip, la reclusione era dunque necessaria poiché «se lasciato presso la propria abitazione — argomenta ancora il Giudice Di Gioia — l’indagato potrebbe agevolmente intralciare l’attività investigativa diretta alla individuazione delle ulteriori fonti di prova che potrebbero dare conto dell’attività criminosa posta in essere e perpetrata negli anni, avendo peraltro scelto la propria abitazione quale luogo deputato alla ricezione delle tangenti, specie durante il lockdown». Per il GIP il carcere era necessario anche perché «presso la residenza potrebbero essere celati dati di estremo rilievo investigativo. Nel corso delle indagini è emerso che Miraglia ha un archivio segreto all’interno di una pen drive».

Scriveva il quotidiano la Repubblica alcuni giorni addietro:

<<Miraglia era uno dei funzionari più conosciuti della Città metropolitana, uno dei “vecchi” dipendenti dell’ex Provincia. «Una persona benvoluta da tutti», dicono all’ingresso del condominio di via dell’Arsenale, dove aveva vissuto fino a qualche mese fa con la moglie. Ora, la famiglia fa sapere: «Restiamo in silenzio, nel nostro dolore». Un altro vicino dice: «Mai avuto alcun sospetto su di lui». Davvero, nessuno aveva mai sospettato di Miraglia fino a quando due anni fa è arrivata la denuncia di un imprenditore. Il pool coordinato dal procuratore aggiunto Sergio Demontis ha fatto subito partire gli accertamenti. Le intercettazioni hanno confermato i sospetti. La moglie temeva che il marito fosse stato scoperto, lui diceva: «Quando avrai il filmino che io mi prendo buste di soldi per qualche cosa allora ti dico: avevi ragione tu, andiamo a fare questa galera». Ancora più esplicite le altre intercettazioni: «Hai voluto i lavori? Mi paghi con i soldi». Non utilizzava mezzi termini, Miraglia. La moglie gli dava pure consigli sul taglio delle tangenti, preferiva le banconote «da venti». «Ho la revisione del tagliando dell’auto, che fa? Se prenoto, mi ce la porta lei». E l’imprenditore rispondeva: «Sì, gliela portiamo noi». Ma al funzionario non bastava. «Non è che ci ha fatto pure un lavaggetto, perché era fitusa». Poi, rassicurava: «Quando c’è un controllo mi vuoi chiamare? Io l’amico l’ho sempre fatto. Un imprenditore esasperato dalle mazzette ha fatto scattare questa inchiesta. «Dal 2000 subisco angherie — ha denunciato alla Guardia di finanza il titolare di una ditta di Bagheria che si occupa del recupero e del riciclaggio di rottami metallici — era Miraglia il vero referente di tutto l’ufficio addetto al rilascio delle autorizzazioni ambientali per le aziende come la mia». Un racconto drammatico, sin dalle prime righe: «Appena l’ho conosciuto, mi fece presente che era necessaria una perizia giurata riguardante gli automezzi per la mia richiesta di rinnovo dell’autorizzazione ambientale. Mi disse anche che ci avrebbe pensato lui a risolvere la problematica, tramite un suo tecnico di fiducia che avrebbe emesso la perizia». Qualche tempo dopo sarebbe arrivata la richiesta di denaro: «Mille e cinquecento euro — ha raccontato l’imprenditore — da pagare a lui e non al professionista. Rimasi sorpreso per l’alto costo, gli chiesi almeno la fattura, per poterla scaricare per conto dell’azienda; Miraglia mi rispose che era impossibile, facendomi intendere che il pagamento doveva avvenire in nero». Due anni dopo, ha denunciato l’imprenditore, Miraglia tornò a farsi sentire dicendo che «a breve» lui e la polizia provinciale sarebbero dovuti venire in azienda per un controllo: «Gli chiesi per controllare cosa, mi rispose: “Tanto quelli qualcosa la trovano sempre”. E lui si propose di fare da mediatore: avrei dovuto dare due milioni di lire per “tappare la bocca al comandante della polizia provinciale”, così disse». E, poco dopo, sarebbe avvenuto il secondo pagamento. Direttamente a casa del funzionario. Il racconto dell’imprenditore ha fatto scattare le intercettazioni, disposte dalla procura, per i magistrati confermano in pieno il quadro accusatorio. Anzi, lo ampliano. Nel 2007, Miraglia avrebbe chiesto all’imprenditore di pagargli i lavori di ristrutturazione della sua casa di Bolognetta: «Mi costarono 1.350 euro», ha raccontato ancora la vittima. «Ribellarsi era impossibile», ha sussurrato. Parlando di altre richieste: «A metà del 2018, volle cinque casse di vino, che gli consegnai nel garage di casa sua — così prosegue la denuncia dell’imprenditore — aveva paura delle sue reazioni, quando chiedeva, pretendeva. E faceva pesare il suo ruolo istituzionale. Chiedeva spesso casse di vino. Ripeteva che la sua protezione costava 2mila euro. E, poi, c’erano sempre gli extra». Una volta, Miraglia avrebbe detto all’imprenditore: «Se viene un controllo ti fanno 23mila euro di multa». E anche questa volta si sarebbe proposto di risolverlo. Ecco, un altro passaggio della denuncia: «Disse che avrebbe risolto il problema tramite un amico della Camera di commercio — ha detto l’imprenditore — E aggiunse che servivano 6mila euro. Somma poi ridotta a 4mila euro». Scrive il giudice: «In definitiva, nel periodo tra il 2000 e il 2019, quindi per circa 20 anni, ed in partecipare da ultimo nella seconda metà del 2018 e ad ottobre 2019, l’imprenditore è stato costretto a pagare tangenti per complessivi 7.850 euro». Avrebbe dovuto pagare altri 2mila euro, ma si rifiutò. «E lui vuole farmela pagare — ha detto anche questo l’imprenditore — nonostante sia il Tar che il Cga mi hanno dato ragione in merito al mio diritto di continuare ad operare con la mia società o con l’autorizzazione regionale in fase di definizione o con la preesistente autorizzazione semplificata, mi pare assurdo che la Città metropolitana perseveri nell’ostacolare la mia attività». Drammatico anche il finale della denuncia: «Miraglia vuole dimostrarmi che senza la sua protezione non posso andare da nessuna parte» …>>.

L’OPINIONE

Da queste pagine giornalistiche sono anni che si scrive di “CORRUZIONE” (l’ultima volta sette giorni addietro “Corruzione, diritto e burocrazia, in Europa agli ultimi posti: Calabria, Campania, Basilicata, Sicilia e Puglia”) dilagante, trasversale, culturale, dagli scranni più alti fino all’ultimo sgabello del sistema pubblico-politico-sociale italiano e specialmente siciliano. Notoriamente quanto altrettanto eluso dalla assoldata propaganda (senza dignità), la corruzione non appare più come una cosiddetta subcultura o modalità da “Piani alti”, bensì (pure con gli annosi predetti “insegnamenti” dei blasonati “Palazzi”), sarebbe divenuta nel tempo una prassi consolidata dappertutto, coperta da un manto di generalizzata omertà, anche da parte di coloro che ne sono fuori, i quali per quieto vivere non possono e non vogliono vedere e tanto meno dire. A ciò si aggiunga una lampante aggravante (almeno per chi ancora può e vuole vedere) ovverosia l’essersi di tutta evidenza la corruzione costituzionalizzata attraverso leggi ingannevoli sin dal momento in cui vengono “meditate”, poi studiate da fior fiore di esperti e quindi proposte da Governanti e votate dai Parlamentari. E risaputamente quanto dissimulato, chiunque già solo oggi ne accenni e ancora di più quando denuncia, stante certa mascherata mentalità ritorsiva della Stato, Istituzioni, Burocrazia, Regioni, Enti, Partecipate, Città metropolitane, Comuni, ma anche Università, Scuole, nonché Ordini professionali, Associazioni di categoria, cosiddetta Società civile, Confessioni, ecc. rischia di ritrovarsi estraniato da ogni commessa, appalto, incarico, nomina e marginalizzato da parenti, amici, conoscenti, dai propri stessi colleghi sia di lavoro e che imprenditori, quasi tutti ormai avvezzi e allineati all’accomunato mercimonio pubblico-politico italiano, ma anche sottoposto a continue (e “veicolate”) verifiche vessatorie, snervanti e annichilenti. Da queste pagine si è anche segnalato che nel sistema pubblico-politico sembra non ci siano pressoché controlli e, soprattutto (guarda caso), che il cittadino, in assenza di una efficace norma snella e non costosa, A SUO TEMPO RIMOSSA DAL CENTROSINISTRA E POI DEFINITIVAMENTE DAL CENTRODESTRA, è stato implicitamente estromesso, in modo deliberato quanto assolutista, da ogni e qualsiasi efficiente partecipazione alla gestione della Cosa pubblica. COME SE NE ESCE ?

Adduso Sebastiano

(le altre informazioni regionali le trovi anche su Vivicentro – Redazione Sicilia)

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