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Telecamere di videosorveglianza hackerate: spiavano mezza Italia privata vendendo video e foto

Sono quasi tutti giovani italiani tranne un 21enne ucraino «mente informatica» del gruppo, gli 11 indagati dalla Procura di Milano per associazione a delinquere e accesso abusivo al sistema informatico, accusati di aver messo su un sistema finalizzato alla violazione di impianti di videosorveglianza privati e alla successiva vendita sul web di immagini e video a contenuto pedopornografico. Gli indagati con massicci e ripetuti attacchi informatici alle telecamere di videosorveglianza di abitazioni private ma anche di piscine, palestre e uffici, riuscivano a spiare migliaia di persone in tutta Italia

Sono quasi tutti giovani italiani tranne un 21enne ucraino «mente informatica» del gruppo, gli 11 indagati dalla Procura di Milano per associazione a delinquere e accesso abusivo al sistema informatico, accusati di aver messo su un sistema finalizzato alla violazione di impianti di videosorveglianza privati e alla successiva vendita sul web di immagini e video a contenuto pedopornografico. Gli indagati con massicci e ripetuti attacchi informatici alle telecamere di videosorveglianza di abitazioni private ma anche di piscine, palestre e uffici, riuscivano a spiare migliaia di persone in tutta Italia.

I due gruppi criminali sono stati neutralizzati dalla Polizia di Stato di Milano guidata dalla dirigente Tiziana Liguori, nell’ambito dell’operazione «Rear Window». Sono 10 le città interessate su tutto il territorio nazionale, da Ragusa ad Alessandria, passando per Roma, Trieste e Milano, dove la Polizia Postale di Roma in coordinamento con la Procura della Repubblica di Milano ha eseguito altrettante perquisizioni, sequestrando 10 smartphone, 3 workstation, 5 PC portatili, 12 hard disk e svariati spazi cloud.

Telecamere di videosorveglianza hackerate: spiavano mezza Italia privata vendendo video e foto

Il più anziano degli indagati ha 56 anni, il più giovane 20. Anche se tutti avevano competenze informatiche, nella vita svolgevano i lavori più disparati, dal tecnico informatico al disoccupato percettore del reddito di cittadinanza, dal grafico al barista. E ognuno aveva dei ruoli, tra chi si occupava di trovare gli impianti di sorveglianza, chi li selezionava in base all’interesse e chi era incaricato di acquistare o vendere i codici di accesso degli impianti ad altri gruppi.

Solo 20 euro per l’iscrizione, da pagare via Paypal o con i bitcoin. Il doppio per l’abbonamento «Vip», che permetteva l’accesso diretto alle singole telecamere, in modo da poter scegliere in maniera autonoma i contenuti da visualizzare. Per gli indecisi la possibilità di usufruire di quattro video «demo» gratuiti, mentre per gli utenti più affezionati c’era un sistema di “cashback”: segnalando gli spezzoni più interessanti ai gestori, potevano ottenere sconti o periodi gratuiti.

I due gruppi criminali agivano in parallelo e avevano una struttura ben delineata: giovanissimi gli hacker all’attacco degli Nvr (i videoregistratori digitali), compreso un diciassettenne riminese dalla strabiliante abilità informatica, più esperti i promotori, compreso un grafico pubblicitario 43enne, di Milano, che faceva soltanto il pr, come si faceva una volta per le discoteche. C’erano perfino i controllori della qualità delle immagini rubate alle ignare vittime, riprese attraverso comuni telecamere collegate al web: dalla Rete, i frame intimi diventavano pubblici e quegli occhi elettronici diventavano “spy-cam”, gonfiando “un maxi archivio – diceva ancora il claim – dove puoi trovare materiale unico”. Proibito. E vietatissimo.

Telecamere di videosorveglianza hackerate: spiavano mezza Italia privata vendendo video e foto

L’inchiesta, coordinata dai Pubblici ministeri della Procura di Milano, Giovanni Tarzia e Laura Baj Macario, e dagli aggiunti Letizia Mannella ed Eugenio Fusco, era partita nel 2019 seguendo due filoni. Il primo, nato da una segnalazione della Polizia Postale neozelandese che ha portato a un arresto per possesso di materiale pedopornografico e, sviluppando il materiale elettronico sequestrato, gli investigatori hanno trovato tracce di questo commercio clandestino che è oltremodo aumentato con la pandemia e la moltiplicazione dell’uso di chat, webcam e annessa tecnologia domestica.

il volume d’affari certificato è di almeno 50mila euro – iscrivendosi a un canale Vk (la piattaforma social più diffusa in Russia) o su Telegram, dove gli “spioni” rassicuravano gli aspiranti clienti “Tranquilli, non sarete scoperti, la polizia italiana mette le denunce nel cassetto”. E proprio il senso di impunità, raccontano gli investigatori, aveva abbassato il livello di cautela degli indagati, con i loro messaggi promozionali espliciti.

“Un fenomeno diffuso e molto preoccupante – spiega il Procuratore aggiunto Fusco della Procura di Milano – per la crescente morbosità che abbiamo registrato negli utenti”. I quali, se identificati, rischiano a loro volta una denuncia. Ma è un altro il rischio più grave: “Che i minori trascurati dalle famiglie e a contatto con le webcam – ammonisce la collega Mannella – possano essere oggetto di violenze ben più gravi. Continueremo a indagare”.

Telecamere di videosorveglianza hackerate: spiavano mezza Italia privata vendendo video e foto

«Si tratta di un fenomeno preoccupante e particolarmente diffuso. Questa è solo la punta di un iceberg» – ha spiegato il Procuratore aggiunto Fusco della Procura di Milano – per la crescente morbosità che abbiamo registrato negli utenti”. I quali, se identificati, rischiano a loro volta una denuncia. Moltissimi sistemi «domestici», infatti, si sono rivelati facilmente penetrabili dagli hacker: perché non aggiornati, eccessivamente economici, password di fabbrica mai sostituite, nessun filtro di sicurezza, obiettivi puntati su bagni e camere da letto. Altro problema le telecamere collegate alla Rete e usate come «baby monitor» per sorvegliare i figli: «Usate sistemi di costruttori affidabili e non accessibili da app o pc esterni».

Ma è un altro il rischio più grave “Che i minori trascurati dalle famiglie e a contatto con le webcam – ammonisce la collega Procuratore aggiunto Maria Letizia Mannella – possano essere oggetto di violenze ben più gravi. Continueremo a indagare”.

Adduso Sebastiano

(le altre informazioni regionali le trovi anche su Vivicentro – Redazione Sicilia)

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