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Il sacerdote imputato di violenza sessuale querela la giornalista

La giornalista di Enna Pierelisa Rizzo del quotidiano Giornale di Sicilia è stata querelata da un sacerdote ai domiciliari e sotto processo per violenza sessuale, per avere la cronista riportato nel suo profilo Facebook una conversazione agli atti del processo nel quale il sacerdote è accusato di reati sessuali … L’OPINIONE …

La giornalista di Enna Pierelisa Rizzo del quotidiano Giornale di Sicilia è stata querelata da don Giuseppe Rugolo, il sacerdote ai domiciliari e sotto processo per violenza sessuale, per avere riportato nel suo profilo Facebook una conversazione agli atti del processo nel quale il sacerdote è accusato di reati sessuali.

Il sacerdote tramite i suoi legali aveva chiesto il sequestro dei supporti informatici delle pen drive e dei telefoni della giornalista e la cancellazione del post nel quale vengono mostrate le chat, a sfondo sessuale, intercorse tra il sacerdote ed un giovane della provincia di Ferrara. Nei messaggi whatsapp pubblicati dalla giornalista si evince chiaramente il tono delle conversazioni che il prealto intratteneva con le sue vittime.

La Procura di Enna, però, non ha ritenuto di procedere al sequestro, le chat erano già contenute nell’ordinanza di arresto del sacerdote dell’aprile dello scorso anno.

Don Rugolo ha ricorso in Cassazione sulla decisione del Gip. Sarà adesso la Suprema Corte a stabilire se il post pubblicato sul profilo social della giornalista Pierelisa Rizzo, denunciata da Don Giuseppe Rugolo per diffamazione e pubblicazione di atti procedurali, dovrà essere oscurato.

Il sacerdote imputato di violenza sessuale querela la giornalista

Il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia ha espresso viva preoccupazione per il caso della collega, secondo il quale iniziative di questo genere rischiano di intralciare l’attività professionale della giornalista che riferisce atti e fatti di pubblico interesse. Il Consiglio ha espresso anche la propria netta contrarietà rispetto alla richiesta di sequestro di pc, telefoni, tablet e pen drive: strumenti fondamentali per il lavoro giornalistico, che possono peraltro contenere dati sensibili anche in relazione al rapporto tra la cronista e le fonti.

“È un chiaro tentativo di intimidazione per evitare che io possa continuare a scrivere su questa terribile vicenda- dice la giornalista Pierelisa Rizzo – La denuncia, alterando la verità, sostiene che quelle chat sarebbero state lette, per la prima volta, in aula durante la scorsa udienza del 29 aprile, nel  processo che si celebra a porte chiuse. In realtà io ho solo fatto il mio lavoro informando correttamente i lettori a fronte di testate giornalistiche e colleghi che, senza alcun fondamento, si ostinano a scrivere che nel pc di Rugolo non ci sono contenuti a sfondo sessuale. Per questo sto valutando, insieme ai miei avvocati, la possibilità di procedere per vie legali”.

L’OPINIONE

Il fatto ci fa rammentare quanto allertato da diversi articoli di quotidiani quando il 14 dicembre 2021 è entrato in vigore il decreto legislativo 8 novembre 2021 n.188, il quale contiene alcune norme che nell’intento del legislatore avrebbero dovuto tutelare la presunzione di innocenza delle persone sottoposte ad indagini o procedimenti penali.

Nel decreto sono contenute in particolare una serie di indicazioni per le Procure, che di fatto vogliono limitare le comunicazioni tra il Procuratore e gli organi di informazione, rendendo per altro necessario per la magistratura motivare ogni decisione di comunicazione verso l’esterno.

Non casualmente, di solito, in calce ai nostri articoli di cronaca da qualche tempo segue una “nota” che richiama come ogni riferimento penale e sanzionatorio deve essere considerato ipotetico fino a sentenza passata in giudicato: quando è cosa giudicata, cioè quando è “spirato” (trascorso) il tempo utile per poter essere impugnata.

L’intenzione del legislatore era chiara e del tutto condivisibile in linea di principio, compresa quella di stigmatizzare i cosiddetti processi mediatici.

Tuttavia la via scelta lasciò perplessi i professionisti dell’informazione. Se ne iniziano ora a vedere gli effetti ? Forse l’ennesima legge scritta non bene ?

Aggiungiamo con l’occasione (anzi ci ripetiamo) che sarebbe l’ora (considerato che siamo nel 21° secolo e i rispettabilissimi “tempi della non conoscenza” dovrebbero essere sempre più alle spalle) di iniziare a comprendere che c’è una sostanziale differenza tra il parlare comune, anche dotto e, il linguaggio giuridico.

Alla stragrande maggioranza di noi cittadini italiani infatti il codice legale è pressoché ignoto poiché nella rafferma scuola dell’obbligo di una Nazione come l’Italia, seppure: Repubblicana, Democratica e Occidentale, non si studiano i “Diritti e Doveri” pur essendo queste le reali regole (legittimamente anche contestabili ma in vigore fino a quando non modificate) del vivere civile e, pertanto, implicitamente si sconosce – per volontà dell’annoso trasversale sistema Governativo-Parlamentare – l’idioma e il significato delle leggi, decreti attuativi, regolamenti e circolari nonché delle immediatamente efficaci interpretazioni e disposizioni giurisprudenziali e di Polizia, quali sentenze, ordinanze, daspo, ammonimenti, ecc. Insomma siamo sotto tale aspetto un popolo di incolti.

Le conseguenze, anche a volte drammatiche, sono che gli individui spesso sbagliano unicamente per analfabetismo giudiziario e, aspetto pure da non sottovalutare, noi cittadini non comprendiamo nella sostanza neppure la validità reale delle norme e verdetti emanati.

L’altra faccia della medaglia è che con tale, chiaramente, preordinata condizione sociale di insipienza, il decennale sistema: politico da destra a sinistra; e quello pubblico dagli scranni più alti fino all’ultimo sgabello; ci pascola come e quando vuole.

Adduso Sebastiano

(le altre informazioni regionali le trovi anche su Vivicentro – Redazione Sicilia)

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